Attrazioni

IL FRANTOIO DEL DIAVOLO

Tra le mura soffocanti del Frantoio del Diavolo a Sellìa, la luce non entrava e il fiato mancava, ma gli uomini continuavano a spingere a mani nude quelle pietre gigantesche, consumando i propri corpi al buio per trasformare un dolore indicibile nell'oro liquido della terra.

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Nel cuore del borgo medievale di Sellìa, arroccato sulle alture della presila catanzarese, la stagione della raccolta delle olive non portava con sé solo la promessa dell'oro liquido, ma anche l'ombra di un calvario annunziato. Tra i vicoli stretti e le case di pietra del paese, c’era un luogo che nessuno chiamava con il suo nome di battesimo: per tutti era semplicemente "Il Frantoio del Diavolo". Non servivano leggende popolari o apparizioni demoniache per giustificare un nome simile, poiché bastava varcare la soglia del locale per capire che l'inferno si trovava proprio sotto terra. La struttura era un ambiente ipogeo ricavato direttamente nella roccia, pensato per trattenere il calore necessario a favorire la separazione dell'olio, ma ciò che aiutava la resa del frutto finiva per annientare l'uomo. Lo spazio interno era estremamente stretto e angusto, con soffitti bassi che gravavano sulle spalle dei lavoratori e pareti di pietra da cui trasudava un velo untuoso di condensa, mista al fumo delle lucerne e al vapore delle vasche. L’aria all'interno era densa, rovente e quasi del tutto priva di ossigeno, costringendo i polmoni a respirare un impasto bruciante di fumo di sansa, umidità e sudore. Se nella maggior parte dei frantoi tradizionali la pesante macina in pietra veniva azionata da asini o muli, al Frantoio del Diavolo l'impiego degli animali era del tutto impossibile a causa delle dimensioni incredibilmente ridotte del locale, che avrebbero impedito qualsiasi movimento. La forza motrice fu quindi affidata interamente alla carne umana: i lavoratori venivano imbrigliati a grandi stanghe di legno fissate all'asse della mola e, a piedi nudi o con pezze legate alla meglio per non scivolare sul pavimento reso viscido dal mosto, dovevano spingere a mano la pesante pietra granitica. Custoditi da un soffitto troppo basso per permettere di stare eretti, gli uomini spingevano con il tronco curvo e le spalle piagate dal legno grezzo, lavorando per turni estenuanti giorno e notte nel buio fiocamente illuminato dal fuoco. Il soprannome nacque proprio dalla disperazione di chi, uscendo stremato da quel buco nella roccia alla fine del turno, sentiva di aver vissuto una pena infernale, lasciando oggi a Sellìa una testimonianza indelebile del prezzo disumano che un tempo richiedeva la sopravvivenza.

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