Il respiro d'oro di Sellia
Il sole di agosto a Sellia non si limita a scaldare la terra; la colora d'oro e la riempie di profumi antichi. Camminando tra i vicoli arrampicati sul colle, lo sguardo si perde verso l'orizzonte, lo stesso che secoli prima aveva visto i coloni greci e romani piantare i primi alberi di fico. Quelle piante, arrivate come merce di baratto, avevano trovato nel suolo calabrese una seconda patria, mettendo radici così profonde da diventare l'anima stessa del paese.
Per gli anziani del borgo, il fico era semplicemente il “pane dei poveri”. Nei tempi difficili, quando la farina scarseggiava, bastava una manciata di quei frutti – freschi d'estate o asciugati per l'inverno – a dare la forza ai contadini per spaccare la terra e ai bambini per crescere sani. Tra tutte le varietà, l'albero del Dottato era trattato con il rispetto che si deve a un nobile. Produceva frutti dalla buccia liscia, sfumata di verde e di giallo, che nascondevano un cuore di polpa rossa, dolcissima e quasi priva di semi, così tenera e digeribile che le madri la usavano per lo svezzamento dei neonati.
La vita a Sellia seguiva il ritmo di quelle foglie palmate. A giugno, quando l'aria si faceva tiepida, arrivavano i fioroni, grandi e fieri, un regalo della tarda primavera. Ma la vera magia cominciava a fine estate, con i fichi veri, i "forniti". Era ad agosto che i contadini si muovevano tra i rami con mani esperte, cercando i passaluni: quei fichi che il sole caldissimo aveva già iniziato ad appassire direttamente sulla pianta. Li staccavano uno a uno, rigorosamente con il peduncolo intatto, per non far perdere loro neanche una goccia del loro nettare.
Nel cortile di ogni casa, la scena si ripeteva identica da generazioni. Venivano tirate fuori le cannizze, grandi graticci di canne intrecciate a mano. Lì sopra, i fichi venivano adagiati pancia all'insù, esposti al sole cocente del Mediterraneo. Il compito più delicato spettava alle donne e ai anziani: rivoltare i frutti sistematicamente, giorno dopo giorno, con pazienza rituale, finché non avessero perso circa un terzo della loro acqua, concentrando tutta la dolcezza dell'estate in un morso morbido e ambrato.
In quegli anni, Sellia era un alveare operoso. Il consumo era così alto che nei paesi vicini gli abitanti venivano scherzosamente chiamati “mancia ficu”. Ma non era solo auto-sostentamento. Quel piccolo frutto generoso rappresentava il riscatto economico di molte famiglie: i compratori arrivavano fin lassù, soprattutto dalla vicina Catanzaro, con i carretti e i sacchi vuoti, pronti a pagare i contadini per assicurarsi quel tesoro essiccato.
L'estate, però, non moriva a settembre. Il lavoro estivo sulle cannizze trovava il suo compimento mesi dopo, quando fuori il vento fustigava i vicoli e il Natale era alle porte. In cucina, l'aria si faceva calda e speziata. I fichi secchi venivano aperti a libro e disposti a formare una croce. Al centro si posizionava il ripieno: un gheriglio di noce croccante, un pezzetto di scorza d'arancia o di mandarino, e un pizzico di cannella. Poi, un'altra coppia di fichi veniva sovrapposta a chiudere l'incrocio, sigillando le “crocette”.
Il passaggio finale nel forno a legna sprigionava un profumo celestiale. In quelle crocette dorate e profumate, l'inverno di Sellia ritrovava, intatto e custodito, tutto il calore del sole d'agosto.
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